n. 296 del 27.10.2018

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Il 31 ottobre è alle porte. Non mi riferisco tanto ad Halloween, occasione per cui mi auguro che in tante zucche ci sia soprattutto una bella dose di sale e buon senso, senza la consueta parata di stupidità, vandalismo e imbrattamenti vari. L’ultimo giorno di questo mese saranno soprattutto passati 17 anni da quando Sovizzo Post è tornato a farsi risentire da e per i sovizzesi. Se ripenso a com’era allora il nostro paese, all’inizio di questa avventura, sento ribollire nel cuore una macedonia di emozioni. In primis è quasi palpabile un robusto filo di nostalgia in cui inanellare le tante anime belle he ci hanno salutato e che comunque ci leggono sempre da Lassù. Poi predomina lo stupore, pensando a quanto Sovizzo sia cresciuto nel tempo conservando però – grazie a Dio! – la sua anima più genuina, quella che lo rende il paese da cui non ci allontaneremo mai. Bastava guardare gli occhi delle oltre 2200 persone che hanno partecipato alla ultima e riuscitissima edizione di “Scollinando Sovizzo”, tutte estasiate soprattutto dalla bellezza dei nostri panorami e dalla generosità della nostra gente, in primo luogo di volontari e ed organizzatori che ringraziamo pubblicamente anche attraverso queste colonne.
Alzando i calici per questi primi 17 anni assieme, come recitando un ideale rosario di ricorrenze ripensiamo ad un’altra data particolarmente significativa: il Quattro Novembre. La Chiesa intanto ricorda tra gli altri San Carlo Borromeo, quindi auguri a tutti i Carlo, Carla, Carlotta, Carolina e… Carola! Però quest’anno celebriamo soprattutto i cento anni dalla fine della Grande Guerra, il primo conflitto mondiale che tanto ha segnato le nostre famiglie ed il nostro territorio.
Basta percorrere pochi chilometri da casa nostra per rendercene conto. Lassù il vento è sempre lo stesso, anche se non c’è più l’odore della polvere da sparo ed il sangue si è asciugato da tempo. Qualche settimana fa sono voluto tornare a ringraziare e respirare quell’aria lungo una strada straordinaria, quella delle cinquantadue gallerie del Pasubio. Un’opera di autentico genio militare, nella più profonda accezione del termine.
Personalmente non sono un pacifista irriducibile, a volte nella storia la soluzione militare ha rappresentato l’estremo tentativo di difendersi da predatori o invasori. Però, scarpinando lungo quel sentiero incredibile, ripensavo soprattutto ai tanti ragazzi che, da una parte e dell’altra, hanno sacrificato le loro vite. Da padre pensavo ai loro genitori.
In ogni famiglia abbiamo avuto nonni e bisnonni che ci hanno raccontato di quanto brutta e terribile sia la guerra. Spesso mi manca il mio nonno Angelo. Di lui conservo pochissimi ricordi, forse a causa dello choc di averlo perso quando non avevo ancora sei anni. Tra le poche, mi resta l’immagine delle sue mani infilate tra i capelli bianchissimi quando gli dissi “Nonno, in tv hanno appena detto che hanno rapito Aldo Moro”; e poi un paio di chiacchierate seduti nel dondolo, mentre lui mi spiegava e raccontava di “… una delle parole più brutte della vita: la Guerra!”. Nonno Angelo era nato il 12 dicembre del 1899: era uno dei “Ragazzi del ‘99”. Nemmeno diciottenne venne reclutato e mandato subito al fronte, mentre l’Italia intera tremava dopo lo sfondamento degli austriaci a Caporetto. Venne fatto prigioniero e mandato a Mauthausen. Nonno Angelo cercava di pesare le parole per non turbare un bambinetto come me, però i suoi occhi non riuscivano a mentire e si riempivano di piccoli laghi di dolore mentre mi raccontava dei suoi amici che non ce la facevano o della fame terribile che solo un ragazzo di nemmeno diciotto anni riesce a vivere in tutte le sue sfumature. Nemmeno diciotto anni aveva, età in cui adesso tanti sbarbatelli si perdono confusi in un bicchier d’acqua o rintanandosi nel loro smartphone.
Ogni volta che sbuccio delle patate guardo le scorze e penso ai suoi racconti, rabbrividendo al pensiero che quello che oggi gettiamo con leggerezza nell’umido era la salvezza, una autentica festa per un giovane prigioniero di guerra. Poi l’Italia ha vinto e a nonno hanno dato una medaglia facendolo Cavaliere di Vittorio Veneto. Però lui – che qualche anno dopo ha anche vissuto il disastro della seconda guerra mondiale ed il dramma della guerra civile – continuava a ripetermi: la guerra è una delle cose più brutte del mondo. E io gli ho creduto subito, perché la guerra stava ancora facendo piangere il mio nonno.
Ben vengano le celebrazioni, i ringraziamenti e le commemorazioni per quanti sono caduti in nome di ideali nobili ed eterni. Ma che questi giorni di riflessioni siano soprattutto l’occasione per spiegare ai nostri ragazzi che non esiste dono più grande della pace: non solo nei più alti rapporti internazionali, ma soprattutto nelle relazioni quotidiane e nelle nostre famiglie. Con questo pensiero vi abbracciamo e ringraziamo tutti per come ci tenete sempre per mano.
Ancora buon compleanno Sovizzo Post: ad multos annos, ad maiora e soprattutto…. FATEVI SENTIRE!

Paolo Fongaro con la Redazione di Sovizzo Post

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